Borges e il labirinto

Andrea Meregalli

Quando Borges scrive di labirinti, quando il dito dell’autore argentino indica un dedalo, dove muove il suo sguardo? Mi chiedo se quella del labirinto non sia un’immagine che abbia finito per ridurre Borges, per come l’abbiamo perpetrata: viaggio iniziatico, psicanalisi, ontologia, mistero. E infatti è difficile trovare una biografia di Borges senza imbattersi in questi concetti, prima o poi. È un simbolo – quello del labirinto – tanto affascinante quanto immediato e che ben si confà alla reputazione di cui gode lo scrittore: elitario, raffinato, complicato.

Eppure Borges ha lavorato tutta la vita nella direzione opposta. Nella direzione dell’accessibilità; ha accolto, accettato e mediato la complessità attraverso la competenza per rivelare un linguaggio diretto ma preciso, comprensibile ma composito, leggibile ma completo. Ha dunque esaurito o cercato di esaurire la fase ultima della comunicazione, indubbiamente la più difficile, laddove il linguaggio deve rendersi intellegibile senza perdere struttura. Un’accessibilità che non procede da uno svuotamento, da una semplificazione oppure da una riduzione ma l’esatto contrario, un’accessibilità guadagnata attraverso la selezione, l’esperienza e la conoscenza. Ha dunque cercato di essere l’opposto di un autore elitario. Peraltro riuscendoci. Lavoro estenuante e di una generosità enorme. Anzi, stupefacente.
@ Omar Sotillo Franco

È qui, infatti, che torna sotto nuova veste il labirinto. L’etimologia (altra grande passione di Borges) ci tende una mano. Scegliamo l’etimologia inglese, idioma tanto amato dallo scrittore argentino e sua seconda lingua a tutti gli effetti dal momento che sua nonna materna era inglese. (Ma anche l’etimologia tedesca è altrettanto affascinante; infatti dal termine “Irrweg”, che significa “labirinto”, proviene “Irre” e cioè “equivoco, inganno, follia”). La parola inglese “maze” – probabile movimento ultimo di un termine dialettale norvegese “mas”, traducibile con “lavoro estenuante” – ha generato un verbo in uso quotidiano oltremanica e quasi ovunque, ormai: “to amaze”, in italiano “stupire”. La parola inglese “labirinto” ha dunque creato il verbo inglese “stupire” o “meravigliare”, dimostrando l’apparentamento tra l’oggetto labirinto e l’effetto che lo stesso è chiamato a sostenere. Non solo, il circolo si completa – non concludendosi bensì producendo un loop – se torniamo al termine matrice, quel dialetto norvegese che produce l’abbrivio del movimento: “lavoro estenuante”. E dunque, eccolo, il flusso del labirinto etimologicamente esploso: lavoro estenuante, labirinto, stupore/meraviglia.

L’etimologia esplosa è già la sinossi di una storia. Del tutto coerente, anche con i labirinti più famosi della letteratura borgesiana e non solo. Pensiamo al labirinto de “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, dove il labirinto è un libro che immagina tutte le ramificazioni possibili di un evento, indagandole. Il folle (e di certo estenuante) proposito di Ts’ui Pen, antenato del protagonista del racconto. Oppure ai labirinti della storia “I due re e i due labirinti”, dove maghi e architetti sono impegnati a pensare e realizzare architetture meravigliose e stupefacenti, da una parte, mentre dall’altra il labirinto si rivelerà essere il deserto arabo, estenuante lavoro del tempo, di certo non meno disorientante oppure sorprendente di altri. Oppure, ancora, pensiamo al labirinto più famoso di tutti: quello di Cnosso, costruito da Dedalo e Icaro, dove fu rinchiuso il Minotauro, altro tema di un racconto borgesiano, “La casa di Asterione”.
Infine, sei ci pensiamo, questa sembra soprattutto essere la cifra del “famoso” stile Borges. Un lavoro estenuante per trovare accessibilità, direzione e calibro; il labirinto della sua finzione interpretativa, mossa e ramificata; infine lo stupore, la meraviglia che accompagna il lettore – alcuni dei lettori – a ogni lettura o rilettura.

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